Il blog di Vincenzo Valenza

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Manifest: serie tv

Manifest è una serie tv realizzata in quattro stagioni tra il 2018 e il 2023. L’idea di base è semplice ma molto intrigante: un aereo passeggeri di ritorno dalla Giamaica con destinazione New York, scompare per 5 anni, quando riappare atterrando all’aeroporto della grande mela, per i passeggeri sono passate solo 5 ore ma per il resto del mondo, non è così.

La serie

Inutile dirlo, ormai la maggior parte delle serie tv americane sono tecnicamente perfette e questa non fa eccezione, beh più o meno, diciamo che è quasi perfetta. Il cast è di prim’ordine, a giudicare dal lavoro svolto sul set. Non mancano però alcune americanaggini che da tempo ormai (eh, eh, mi piace dire, ormai), infestano i dialoghi e gli stati d’animo spesso troppo fasulli delle varie fiction che sbarcano sul nostro mercato. Di cosa parlo? Te lo dico fra qualche riga. Una buona pratica che invece sta prendendo sempre più piede è quella di trovare attori molto somiglianti per interpretare il tale personaggio da bambino o da vecchio. Purtroppo non sempre la serie riesce a rendere il senso di smarrimento dei personaggi che si trovano in una situazione “impossibile”.

Cosa non mi è piaciuto

Allora, lo stavo dicendo sopra, qualche riga fa; nelle serie americane, i personaggi si colpevolizzano sempre troppo, al di là delle vere responsabilità. Sovente il protagonista o i protagonisti si sentono troppo responsabilizzati, tutto dipende da loro, è tutta colpa loro e tutti devono salvare il mondo, e meno male che di solito ci riescono. Ora non mi dilungo troppo su questo discorso anche se sarebbe interessante indagarne i motivi a livello sociale che secondo me ci sono. Altra cosa che non mi è piaciuta è che la serie arranca un po’ tra la seconda e la terza stagione, sembra quasi che non ci siano idee e che la sceneggiatura sia stata adattata nel tempo.

Cosa mi è piaciuto

L’idea mi è piaciuta moltissimo, è davvero intrigante, non che sia una novità beninteso ma lascia spazio a una vasta serie di probabilità. Cosa è successo all’aereo e a suoi occupanti? Rapiti dagli ufo? Dal governo? Un’altra dimensione? Se si continua a vedere la serie è perché si vuole una risposta alla domanda: Cosa è successo? Il finale mi è piaciuto, mi soddisfa e sicuramente, l’inizio e la fine sono buona parte del successo della serie. Naturalmente non ne parlerò ulteriormente per non spoilerare. Un’altra cosa che mi è piaciuta è il concetto dell’essere tutti collegati, il destino degli uni è parzialmente nelle mani degli altri. Nessuno può nulla da solo, si può perdere da soli ma per vincere occorre essere uniti.

Da consigliare se…

Ti piace il mistero e sei disposto ad accettare con pazienza gli sviluppi delle due stagioni centrali che possono risultare un po’ noiose anche perché non si capisce dove gli autori vogliono andare a parare.

Se vuoi vedere una serie che inizia e ha una fine, perché Manifest avrà mille difetti ma sicuramente non è un incompiuto anche se forse rischiava di esserlo.

nano, nano

Communion di Whitley Strieber

Il libro è stato presentato come una storia vera ma al di là del fatto che l’autore racconti o meno ciò che ha vissuto, secondo me vale la pena leggere Communion perché, il grigio che vedete rappresentato in copertina ancora non faceva parte dell’immaginario collettivo che si consolidò negli anni successivi e anche perché il racconto stesso, nel suo insieme, di lì a poco sarebbe diventato il fenomeno noto come abduction e sì stiamo parlando proprio di rapimenti alieni.

Communion

Communion è un libro del 1987 , scritto dallo scrittore fanta-horror americano, Whitley Strieber, edito da Rizzoli. Il libro racconta la presunta storia di abduction subita dall’autore stesso a partire da una visione avuta in piena notte nel proprio cottage di campagna. I presunti rapimenti alieni sarebbero stati reiterati nel corso degli anni all’insaputa della vittima fino appunto a quella notte in cui tutto è cambiato. Strieber è autore, tra gli altri, di “The Wolfen” del 1978 e “The Hunger” del 1981. Ha curato la sceneggiatura ed è stato il co-produttore dell’omonimo adattamento cinematografico di Communion con Christopher Walken. Suo è anche il soggetto di “Miriam si sveglia a mezzanotte”, di Tony Scott, con Catherine Deneuve, David Bowie e Susan Sarandon.

Whitley Strieber

Whitley Strieber nasce come autore horror passa prima a occuparsi di tematiche inerenti al pericolo di una guerra nucleare e al fantasy poi. Communion rappresenta un po’ l’apice della sua carriera e gli conferisce notevole notorietà. Successivamente scriverà ancora delle sue presunte vicende personali così come in Communion e storie horror, in particolare sui vampiri.

Abduction

Il termine abduction è ormai ampiamente sdoganato ma negli anni 80 non era così. A mio parere, il libro di Strieber ha contribuito a rendere noto al grande pubblico il fenomeno dei rapimenti alieni e l’aspetto del “grigio”, come riportato in copertina. Ma cosa sono le abduction? Ci sono molti casi, in tutto il mondo, di persone che riferiscono di aver visto degli U.F.O. attraversare i cieli notturni delle nostre città, montagne, campagne ecc. Ebbene, alcuni di questi spettatori riferiscono anche di aver avuto degli incontri con quelli che sarebbero gli occupanti di questi oggetti e in alcuni casi, sarebbero stati rapiti dai visitatori, un po’ come facciamo noi umani quando “rapiamo” degli animali per motivi scientifici come monitorare lo stato di salute in rapporto all’inquinamento, per esempio.

Una storia vera

In copertina, sotto al nome dell’autore, appare la scritta: “Una storia vera”. Io non mi esprimo sull’autenticità di tale affermazione perché per farlo, occorrerebbe effettuare ulteriori ricerche al fine di avere un quadro il più completo e oggettivo possibile. Mi limiterò a citare solo alcuni punti interessanti e meritevoli di attenzione.

Punto primo

Whitley Strieber afferma, con assoluta certezza, di aver raccontato solo ed esclusivamente la realtà di quanto vissuto in prima persona.

Punto secondo

Non mi risulta che esistano prove concrete e inequivocabili a sostegno delle affermazioni riguardo il punto primo.

Punto terzo

Whitley Strieber si è sottoposto a esami neurologici, psichiatrici e psicologici i quali confermano che l’autore era nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali e che quanto avvenuto non è stato il frutto della sua immaginazione.

Punto quarto

Whitley Strieber si è sottoposto al test della macchina della verità attestando di fatto che l’autore ha scritto ciò che egli riteneva vero.

Entrambi i test sono riportati in appendice al libro.

Cosa ne penso

Se quel che racconta Strieber sia la verità o meno, non lo so ma sembrerebbe essere in buona fede. Va anche detto che il libro ha rappresentato per lui un punto di svolta nella sua carriera ma al di là di tutto ciò a me il libro è piaciuto molto. Lo stile è efficace, il libro è scorrevole e riesce a ricreare atmosfere cupe e claustrofobiche. In taluni casi il senso di stupore lascia spazio al senso di smarrimento e impotenza perché il protagonista, oltre a non comprendere cosa accade è anche impossibilitato a reagire, non può nulla, è protagonista e spettatore di un dramma personale assolutamente imprevedibile.

Il libro credo che ormai si trovi solo come usato ma se vi piace il genere potrebbe valerne la pena.

È solo un gioco

È appena uscito il mio nuovo libro “È solo un gioco”, edito da Nonsolopoesie Edizioni. È il secondo che pubblico con una casa editrice e questa soddisfazione mi ripaga del tempo impegnato a scrivere, riscrivere, correggere, ecc. Spero possa essere di vostro gradimento. Il libro è acquistabile su Amazon e altri store online oppure lo potete ordinare direttamente in libreria.

È Solo un Gioco

“È solo un gioco”. perchè forse è la vita stessa a essere “solo” un gioco. Le prime poesie appartenenti a questa collezione rappresentano la possibilità di entrare in contatto con le impressioni vibranti nel mondo circostante al poeta. Successivamente, l’autore diviene un mezzo per permettere al lettore di vedere le brutture della nostra moderna società, sapendo che ciò è una tappa obbligata se si vuole tornare a vedere la bellezza nel mondo. Nella terza fase, si ricercano stati interiori volti a immaginare un futuro migliore. In realtà é un ritorno all’ottimismo, non come difesa psicologica ma, come assunzione di responsabilità verso le generazioni future e verso la parte migliore di noi stessi.

Hai mai pensato di scrivere?

Foto di Leopictures da Pixabay

Ti piace leggere? O forse sei un vero e proprio appassionato? Un “lettore forte”, come si direbbe, uno di quelli che leggono 15/20 libri all’anno. Hai mai pensato di scrivere? Se hai pensato di scrivere ma hai qualche dubbio, continua a leggere perché si può fare ma devi tenere a mente alcune cose.

Leggere e studiare

Che leggere sia una cosa importantissima per scrivere mi sembra fin troppo evidente ma ciò che potrebbe non essere ben chiaro è il fatto che, a qualsiasi livello ti trovi, avrai bisogno di prepararti. Devi leggere e studiare, continuamente. Le ragioni sono molteplici. Partiamo dal fatto che devi sapere come si scrivere un romanzo ma anche questioni più pratiche come l’uso di un programma di scrittura come word, il font più adatto, l’interlinea ecc. Potresti inoltre avere la necessita di doverti documentare su un evento storico, su come funziona un razzo, sulle leggi di un altro paese, su di una malattia o su qualsiasi altra cosa tu non conosca e credimi, ce ne sono di cose che non conosci e anche dopo aver scritto decine di libri, esserti documentato su mille cose, dovrai continuare a studiare, non è fantastico? Ah poi non dobbiamo sottovalutare altre cose, del tipo, come presentarsi a un editore, come usare internet e i social, come interagire con altri autori in una possibile collaborazione, con i lettori e gli addetti all’informazione. Come vedi si tratta di un mare di cose che ampliano notevolmente il raggio d’azione di uno scrittore, non trovi?

Avere un metodo

Un non addetto ai lavori, potrebbe pensare che scrivere significhi narrare le gesta di uno o più personaggi in modo lineare e cronologico ovvero, scrivo ciò che accade oggi, poi domani, dopodomani e via dicendo fino al completamento della storia. Anche io lo immaginavo in questo modo e naturalmente si può fare, ma in realtà non è quasi mai così. Io posso parlare della mia esperienza, ma penso che tutti gli scrittori usino un metodo, chi più, chi meno. Ma che significa utilizzare un metodo? Beh, sicuramente significa suddividere il processo di realizzazione di un libro in diversi step, curandoli separatamente per poi completare l’intera opera. Per esempio, se ho un’idea, la trascrivo con più dettagli possibile, questo è il primo step. Successivamente quando decido di realizzare l’idea che mi sono precedentemente annotato, la riprendo e a grandi ma molto grandi linee mi scrivo lo svolgimento dell’intera storia, chi è il protagonista o i protagonisti, quali sono le difficoltà che dovranno affrontare, quali soluzioni adotteranno ecc. secondo step. Dopo di che, suddivido la storia in diverse parti, dieci, venti o anche di più a seconda della storia. Questa per me è la scaletta, terzo step. Una volta pronta la scaletta di, mettiamo quindici punti, procedo allo sviluppo di ognuno e questo può essere il quarto step. Non voglio scrivere ora un manuale comunque una volta completati tutti i punti della scaletta ci saranno degli ulteriori approfondimenti nei dettagli, svariate revisioni e rielaborazioni che porteranno ad un lavoro completo dopo molti passaggi via via sempre più accurati e dettagliati. Ecco questo penso possa dare l’idea di cos’è un metodo che personalmente ritengo necessario alla realizzazione di un romanzo. È anche vero che una volta progettato, lo puoi modificare come ti pare, sei tu l’autore, ma in ogni caso, il tuo progetto sarà un’ottima traccia, in modo che tu non ti perda tra le mille cose che dovrai tenere a mente per giungere la dove nessuno e mai giunto prima. Sappi che esistono diversi libri che ti possono spiegare come realizzare una storia ma con un po’ di logica e buon senso, ognuno si può creare il proprio, personalizzandolo in base alle proprie necessità e caratteristiche. Logicamente nessuno ti vieta di partire da un metodo messo a punto da altri autori per poi modificarlo a tuo uso e consumo.

L’idea è la cosa più importante

Prima di iniziare a scrivere con un certo impegno, ero convinto che scrivere fosse una cosa veramente difficile da fare, perché, se era vero che avevo un mondo di idee, era altrettanto vero che occorrevano molte altre conoscenze come la padronanza della lingua italiana o la necessità di apprendere un metodo di lavoro efficace. Poi ho compreso alcune cose.

La prima è che se vuoi, puoi migliorare le tue conoscenze della lingua, sia studiando in un percorso ufficiale di studi come il liceo o l’università sia in proprio e il modo più semplice e diretto sai qual è? Non ci crederai ma è proprio leggere tanti bei libri.

La seconda è che il metodo lo puoi imparare o te lo puoi creare da te.

La terza è che l’idea non la puoi produrre a volontà ma viene da se, semplicemente. Eventualmente puoi tentare di creare delle condizioni che favoriscano l’affiorare di un’idea; è un po’ come coltivare un orto, non sei tu a far nascere e crescere i pomodori o la lattuga ma sei tu a piantare i semi e a prendertene cura e se le condizioni saranno quelle giuste e mantenute nel tempo, avrai le tue insalate. Quindi siccome l’idea non la puoi produrre tu, ne consegue che è la cosa più importante e quando arriva non bisogna farsela scappare. Perciò se hai tante idee beh, allora le devi sfruttare, per tutto il resto ci vuole costanza e duro lavoro.

Prima o poi dovrai completare il tuo libro, fai il meglio che puoi ma avrai sicuramente sempre da migliorare

Su questa cosa ho sempre avuto le idee abbastanza chiare perché ci sono solo due modi in cui puoi far finire una storia. Nel primo tu sai dall’inizio come andrà a finire ossia nell’idea iniziale è insito il finale. Lo sai già dall’inizio insomma. Nel secondo modo, non lo sai e te lo devi inventare dopo. Per me è come diceva Mike Bongiorno, è la prima che vale. Ma che tu lo sappia prima, o dopo, il libro deve finire e questo significa che lo rileggerai un’infinità di volte e troverai milioni di cose che vorrai cambiare ma devi fartene una ragione, ad un certo punto Big Ben deve dire stop e allora capirai che ci saranno grandi soddisfazioni perché hai concluso qualcosa che non avresti neanche immaginato di iniziare e se sarai stato attento e scrupoloso, a prescindere da quello che accadrà dopo, avrai fatto comunque un buon lavoro. Poi ti accorgerai di tutte le cose che potevi fare meglio e lo farai, scrivendo altre storie, migliorando il tuo stile, la tua tecnica, la padronanza della lingua, avrai migliorato le tue conoscenze su tutto ciò che ti circonda e su ciò che sei veramente così saprai che ogni fine è un nuovo inizio, sempre!

Da 0 a 100 anzi 1000

Foto di Pexels da Pixabay

Lo so, lo so, tutti dicono : “ho sempre scritto poesie”, ma è la verità, fino a quando, qualche hanno fa, non ho deciso di sbarazzarmi di tutte le vecchie poesie scritte negli anni. Come dici? Perché? Beh, ormai non mi rappresentavano più, così ho deciso di ricominciare facendo un lavoro un pò più strutturato e ho scritto circa 150 poesie, un centinaio delle quali uscirà a breve in una raccolta.

Una poesia al giorno

Mi piace scrivere poesie ma amo anche scrivere storie, così ho pensato che se fossi riuscito a scrive almeno una poesia al giorno sarebbe stato più facile per me alimentare sia la passione per le poesie che per i romanzi o racconti visto che mi sarebbe rimasto del tempo per scrivere altro. Onestamente non sempre ci riesco ma appena ho qualche minuto libero cerco di scrivere la mia poesia quotidiana; in alcuni giorni “produco” e in altri no, ma va bene ugualmente; sono soddisfatto di quante ne ho scritte semmai mi interessa migliorarne il contenuto, alzare l’asticella come si suol dire.

Mille poesie

Ne ho scritte più di cento (e fra poco vedranno la luce), quasi centocinquanta per l’esattezza e il mio obiettivo in questa vita sarebbe scriverne (e magari pubblicarne anche) almeno mille. Certo è abbastanza azzardato ma con un pò di perseveranza, potrei anche farcela. Al di là del fatto che io riesca o meno a raggiungere l’obiettivo, scrivere poesie tutti i giorni è un ottimo esercizio che fa bene alla mente e al cuore.

Anche una va bene

Che siano cento o mille, l’importante è che siano sentite, che in qualche modo ci sia un pezzo di noi, perché anche se non parliamo di noi stessi o delle nostre emozioni, comunque ciò che riportiamo, giusto o sbagliato, bello o brutto, intelligente o stupido, passa attraverso il filtro della nostra anima che fa esperienza nell’osservare, valutare e sentire. Per questo, anche una va bene.

Scrivere per se stessi

Scrivere per gli altri? Sì certo, va bene ma anche scrivere per se stessi va bene. Non c’è una regola fissa, ognuno deve trovare le proprie motivazioni. Personalmente io ho cominciato a scrivere per “osservare” le mie emozioni, i miei stati d’animo e così capire meglio me stesso. Per anni ho scritto per me stesso e moltissime cose di quanto ho scritto, non le ha lette nessuno, solo di recente ho deciso di pubblicare ciò che scrivo. Tutto ciò è terapeutico? Certo che sì ma io direi di più, è un percorso di costruzione del proprio essere.

Bene, per oggi è tutto

nano, nano

“On Writing ” Autobiografia di un Mestiere di Stephen King

Non credo che Stephen King abbia bisogno di presentazioni ma nel caso ci fosse un marziano in missione sulla terra, beh, due paroline devo spenderle altrimenti poi torna su Marte e dice a tutti che non l’ho informato correttamente; non sia mai…

Stephen King

Stephen King è uno scrittore americano di narrativa fantastica e in particolare, horror e paranormale. È uno degli scrittori più prolifici, che più ha venduto; le sue storie sono tra le più rappresentate tanto che il suo nome… come si dice, è una garanzia. Ricordo alcuni dei suoi romanzi più rappresentativi: Carrie, il suo romanzo d’esordio del 1974, The Shining del 1977, Misery del 1987 e Revival del 2014; solo per citarne alcuni, naturalmente. Tre dei quali sono stati anche dei grandi successi cinematografici, indovinate un po’, sto parlando nientepopodimeno che di Carrie – Lo Sguardo di Satana di Brian De Palma con Sissy Spacek, Misery non deve Morire di Rob Reiner con James Caan e Kathy Bates e Shining di Stanley Kubrick con Jack Nicholson. Numerosi anche gli adattamenti per la televisione, tra i quali, La Tempesta del Secolo e Under the Dome.

On Writing

On Writing è un saggio del “re del brivido” uscito nel 2000. In Italia è uscito nel 2001 edito da Frassinelli. Il libro riguarda la vita privata dell’autore e da qualche buon consiglio agli spiranti scrittori, tra i quali l’intramontabile: leggere, leggere, leggere e l’altrettanto intramontabile: scrivere, scrivere, scrivere.

Di cosa parla

Si va beh okay Vincè, ma di cosa parla? Giusto, te lo dico subito. Prima di tutto, parla un po’ di se stesso, della propria infanzia, di come sia nata la passione per la scrittura, dei periodi più duri della propria vita come quando ebbe un incidente e venne investito da una vettura mentre passeggiava tranquillamente e per poco non ci rimise una gamba. Il “re” ci parla anche del rapporto con la moglie Tabitha e di come sia stata lei a incoraggiarlo e a renderlo ciò che è, aiutandolo anche a uscire da circolo vizioso di alcol e droga in cui era finito in certi anni: ” in quel periodo un romanzo come Cujo, non ricordo neanche di averlo scritto”, parole sue… più o meno. Ed è proprio parlando di se, miscelando allegramente e alla perfezione la propria vita privata con quella dello scrittore aspirante prima, e di successo poi, che ci spiega e forse si spiega, cosa vuol dire scrivere, come si fa o perlomeno come riprodurre le condizioni che possono portare a un racconto interessante, che valga la pena leggere insomma. Una delle cose che ci tiene a chiarire fin dall’inizio è che le idee non si comprano al supermercato ma ci piovono in testa, inspiegabilmente e quindi l’unica cosa che si può fare è essere bravi a riconoscerle per utilizzarle e trasformarle in una storia. Oltre a questa, Stephen king ci “svela” diversi suoi trucchetti che poi trucchetti non sono ma che è utile ricordare e su cui vale la pena riflettere.

Cosa ne penso

A me On Writing è piaciuto moltissimo, in parte perché mi ha permesso di conoscere meglio uno scrittore sicuramente popolare ma spaventosamente evocativo nelle scene che descrive e in parte, perché ho potuto apprezzare i suoi personali commenti a delle cose in cui tipicamente si cimenta uno scrittore, le idee, i dialoghi, le descrizioni, avere o no un metodo e quindi stabilire prima gli accadimenti o lasciarsi guidare dall’intuito, di volta in volta. Il libro non è lunghissimo (280 pagine circa) e si legge veramente bene, nel senso che è scorrevole, poi chiaramente se siete fan del “re” beh, in questo caso andrete in brodo di giuggiole, se non lo siete è l’occasione buona per scoprire uno degli autori più affermati degli ultimi 50 anni e farlo partendo dalla sua vita, le sue idee e i suoi concetti sulla scrittura. Se poi siete uno scrittore o aspirante tale, devo avvisarvi, questo volume non può mancare nella vostra libreria comunque la pensiate sull’autore in questione o sul genere da lui trattato.

Per concludere ho trovato molto interessante le appendici finali, dove King mostra un testo grezzo e le correzioni apportate poi in una prima revisione dello stesso e ben due liste di libri che Stephen King ha letto personalmente e che consiglia.

Ah dimenticavo, Stephen è un ottimo chitarrista…niente volevo solo farvelo sapere.

Perché scrivere poesie?

Foto di Melanie da Pixabay

Cos’è una poesia

Etimologicamente poesia significa generare, produrre, creare e quindi anche comporre. La poesia è quindi l’arte di creare componimenti in versi. La poesia classica ha delle caratteristiche specifiche come l’uso sapiente della rima che può essere alternata, baciata, incatenata o incrociata; e come il buon uso della metrica. Ci sono, nel mondo della poesia classica, diversi stili e tipologie con connotazioni assai precise ma se vogliamo andare più nel generale, la poesia è la capacità di produrre effetti nel cuore di chi legge, attraverso l’uso delle parole e dei versi.

La poesia moderna

Se abbandoniamo il mondo classico, abbiamo sempre il tentativo di generare del sentimento in chi legge ma utilizzando uno stile cosiddetto, libero. Inutile dire che la poesia classica è splendida dal punto di vista estetico. Il poeta può anche mettere in fila dei versi che dicono poco ma il modo in cui le assembla, la rendono bella. D’altro canto nello stile moderno, libero, per cui, senza regole, l’emozione è suscitata unicamente dalle parole e dai versi usati in virtù del proprio significato che spesso, secondo me, è metaforico, allegorico se non archetipico.

Il bisogno di scrivere poesie

Ma perché uno dovrebbe avere voglia di scrivere poesie. Ormai le poesie classiche non le legge più nessuno, figuriamoci quelle moderne. Io posso dire che, secondo me, chi scrive poesie ha due bisogni, il primo è quello di esprimere ciò che percepisce con qualcosa che non riguarda i sensi fisici o almeno non direttamente. Questo “qualcosa” ha più a che fare con la coscienza intesa come essenza primaria e fondante l’essere umano. Il secondo bisogno è quello di trasformare ciò che alberga in lui, per il tramite delle parole. In ogni caso, essendo il linguaggio verbale, un mezzo limitato, non possono descrivere direttamente ciò che il poeta desidera ragion per cui diviene l’arte di comporre versi per produrre effetti direttamente nell’animo del lettore.

Una ricerca di sé nello scrivere poesie

In virtù di quanto detto sopra è spiegato il motivo per il quale “uno” scrive poesie. Oltre a ciò c’è un altro motivo che accompagna l’evidenza di cui sopra ne è anzi o ne diventa il motivo principale. Scrivere poesie, significa indagare il mondo che ci circonda, tentare di spiegarlo a sé stessi e successivamente renderlo comprensibile a un livello superiore, a tutti coloro che si sentono attratti da certi versi e che vi si avvicinano incantati da quel qualcosa che ancora non capiscono ma che hanno dentro.

Chi legge poesie?

Foto di Thorsten Frenzel da Pixabay

Leggere poesie sembra essere una cosa d’altri tempi eppure a fronte dei pochi lettori complessivi, la poesia resiste. Poeti ce ne sono e molti anche ma la cosa che più mi stupisce e che ci sono ancora editori disposti a pubblicare poesie. Inoltre, esistono innumerevoli concorsi dedicati alla poesia ma allora, la poesia è viva e vegeta? Non direi ma esiste ancora un animo poetico che spinge gli autori a scrivere e alcuni lettori a leggere e proprio di questi vorrei parlare, dei lettori di poesie.

Qualcosa di bello

Io penso che una parte dei lettori ami leggere poesie perché, ma questo vale soprattutto per i classici, trovano frasi bellissime e siccome questa è una capacità che si è un p0′ persa, ne rimangono affascinati. Leggiamo insieme questo brano:

Silvia, rimembri ancora
Quel tempo della tua vita mortale,
Quando beltà splendea
Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
E tu, lieta e pensosa, il limitare
Di gioventù salivi?
Sonavan le quiete
Stanze, e le vie dintorno,
Al tuo perpetuo canto,
Allor che all’opre femminili intenta
Sedevi, assai contenta
Di quel vago avvenir che in mente avevi.
Era il maggio odoroso: e tu solevi

Così menare il giorno.

Questi sono i primi versi della famosissima A Silvia di Giacomo Leopardi e diciamocelo chiaramente come si fa a non rimanerne affascinati. Se solo ce li avessero fatti comprendere veramente invece che ripetere a pappagallo… in quanti infatti ricordano le parole di questa poesia? In molti credo, almeno in parte ma quanti di questi hanno cercato veramente di penetrarne i misteri, di interiorizzare i versi del grande poeta, di vivere attimi di poesia, lo ripeto:

vivere attimi di poesia

perché in questi attimi c’è l’eternità, la vera essenza della poesia, la maestria nel creare emozioni, sensazioni e stati d’animo potenzialmente infiniti per il tramite della parola, un linguaggio di per sé limitato.

La magia dei versi

Altri lettori si immergono nei versi perché riescono a intravedervi con il cuore e con l’anima, quel qualcosa di misterioso e a volte spaventoso che in qualche modo l’autore cerca di far giungere al lettore. È una vera e propria magia, e quella profondità e immensità e quel qualcosa che come in un tempo enormemente piccolo offre uno sguardo in ciò che ognuno di noi è, un mistero. Costoro colgono ciò che il poeta cerca di coltivare perché la poesia è arte indiretta, dove si cerca di portare il lettore a comprendere piuttosto che a capire.

Romantici

E poi ci sono, e forse sono in maggior numero, gli innamorati di una compagna o un compagno ma più spesso, innamorati dell’amore stesso o della propria idea dell’amore. Questi ultimi leggono prevalentemente poesie romantiche che trattano del sentimento appena sbocciato, del perduto amore o anche dei tanti anni vissuti insieme e di come ogni giorno sia sempre come il primo giorno. Di solito, questi ultimi sono versi abbastanza ottimisti e piuttosto solari (eccezion fatta per i versi che parlano del perduto amore); quelli un pò più cupi e introspettivi in effetti appartengono alle categorie citate precedentemente.

Ma al di là di quanto detto sopra, che possono essere considerati degli spunti prettamente personali, ci sono sicuramente tanti altri lettori, tanti quanti sono, non i generi poetici, ammesso che si possano catalogare, ma quante sono le poesie stesse. Ora, prima di chiudere questo articolo, voglio dire ancora due cose:

La poesia non è solo scrittura in versi, semmai questa è l’espressione di chi riesce a vedere la poesia nel mondo che lo circonda perché la poeticità è nella natura soprattutto ma anche in un film, una foto, un disegno, una scultura, un’idea e tanto altro…

Quando parlo di poesia scritta non intendo la poesia propriamente detta ma in generale, nel suo senso più completo, di opera in versi che racchiude quindi la poesia, la lirica la canzone, la ballata etc.

E voi, leggete poesie? Per quale motivo? Cosa vi trasmettono?

Serie: Cabinet of Curiosities

Cabinet of Curiosities è una serie tv horror ideata da Guillermo del Toro,in programmazione su Netflix.

Guillermo del Toro

Ha esordito con la regia del film horror: Cronos del 1993 ma la sua consacrazione avviene firmando il film, Il labirinto del fauno del 2006 che sarà presentato al Festival di Cannes, vincerà tre Oscar, per la fotografia (il direttore della fotografia è lo stesso Guillermo Navarra che successivamente firmerà la regia del primo episodio di Cabinet of Curiosities, Lotto 36), la scenografia e il trucco e riceverà numerosi altri riconoscimenti. Successivamente dirige tre grandi film, La forma dell’acqua 2017, La fiera delle illusioni 2021 e Pinocchio 2022, tutti accolti positivamente dalla critica, con un buon seguito di pubblico e vincitori di diversi premi internazionali. Altri film famosi di Guillermo del Toro sono: Hellboy del 2004 e Pacific Rim del 2013. Infine, Guillermo del Toro è anche scrittore, sceneggiatore e produttore. La serie Cabinet opf Curiosities è un’antologia composta da otto episodi. Di seguito i titoli degli episodi e la regia.

Lotto 36 diretto da Guillermo Navarra

I ratti del cimitero scritto e diretto da Vincenzo Natali autore tra gli altri di The Cube e Splice

L’Autopsia scritto da David S. Goyer e diretto da David Prior

L’apparenza scritto da Haley Z. Boston e diretto da Ana Lily Amirpour

Il modello di Pickman scritto da Lee Patterson e diretto da Keith Thomas

I sogni della casa stregata scritto da Mika Watkins e diretto da Catherine Hardwicke autrice tra gli altri di: Twilight e Cappuccetto rosso sangue

La visita scritto da Panos Cosmatos figlio del celebre regista George Pan Cosmatos e Aaron Stewart Ahn e diretto da Panos Cosmatos

Il brusio scritto e diretto da Jennifer Kent

A mio parere, la serie è assolutamente di alto livello. Tutti gli episodi sono ben diretti, le immagini sono sicuramente di alto impatto visivo e gli attori recitano benissimo non ho però molto apprezzato, per un mio gusto personale, i primi due episodi, Lotto 36 e I ratti del cimitero mentre, di contro, il mio preferito è stato senza alcun dubbio l’ultimo episodio, Il brusio di Jennifer Kent che terrei ben d’occhio per i suoi prossimi lavori.

Perché leggere poesie?

Foto di Melanie da Pixabay

Bella domanda, perché leggere poesie? Beh io provo a dare una risposta che potrebbe andar bene per me ma magari anche altri ci si rivedono.

C’ose una poesia?

Intanto diciamo che “poesia” deriva dal greco “poiesis” che significa creazione o creatività. È un componimento in versi che può avere una struttura di tipo classico come la rima baciata, la rima alternata ecc. Oppure può essere privo di una struttura preordinata e quindi in stile moderno o libero. Personalmente sono maggiormente interessato a questo secondo tipo di poesie e in questo caso più che nel primo si usano le parole e i versi per rappresentare o esprimere qualcosa che non può essere compreso in maniera diretta ma nel suo significato complessivo. In altre parole i versi rappresentano quel qualcosa nel loro complesso, che normalmente le parole non riescono a dire.

Molti non leggono, pochi leggono molto

Sembrerebbe proprio così, molti non leggono e pochi leggono molto ma se ciò è vero, è particolarmente vero proprio per la poesia. Leggere secondo me è un pò meditare ma leggere poesie è molto di più. Leggere una poesia significa connettersi con un’energia primordiale, non nel senso di arcaica ma anche arcaica e direi piuttosto non verbale. Ecco è proprio questo il punto, passare da un linguaggio esteriore, effimero se vogliamo, a un linguaggio interiore. Le parole che costituiscono un linguaggio limitato, se ben utilizzate, possono condurre all’illimitato linguaggio della coscienza.

Messaggi tra anime

Ecco, è per questo che secondo me dovremmo leggere poesie. Il poeta non comunica con le parole ma le usa per comunicare con il cuore e chi legge di conseguenza è in grado di accedere al vero significato della poesia, che può anche trascendere le iniziali intenzioni dell’autore, solo se accetta di estromettere, almeno in parte il raziocinio per lasciare campo libero all’anima e leggere con il cuore.

Recuperare una parte di noi

In definitiva, si tratta di recuperare una parte di noi, quella parte che non si vuole piegare al materialismo più bieco e che rivendica un’origine spirituale. Origine che sempre più tenta di riaffiorare nelle nostre vite a costo di mandarle in pezzi e che sempre di più fatichiamo a riconoscere, accettando di frammentarci in tante cose che non siamo noi.

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